Bona, un pezzo di un altro mondo

Dal portico di una casa, una donna sorrise poi ci salutò a lungo come da tradizione, un’altra lava il suo bambino versando acqua da un bidone in plastica, le capre libere camminano senza fretta in lungo della strada principale. Dappertutto ci sono bambini che giocano. Appena ci vedono, cominciano a seguirci, ci prendono per mano, ci toccano e ci tirano i capelli. Ci chiamano toubab – il termine wolof per bianco, con connotazione molte volte dispregiativa. Ci sta, mi dico, mentre penso che la vita mette equilibrio in tutto, ci sta, sopratutto per tutte le volte in cui a noi, i toubab, ci è uscita dalla bocca la parola negro. Ovunque guardi, vedi sedie e tappeti con uomini, donne e bambini seduti sopra. Alcuni persi nei loro pensieri, altri a chiacchierare oppure a preparare il té senegalese, versandolo e riversandolo da un bicchiere all’altro e ripetendo questo travaso per innumerevoli volte senza mai versare una goccia, in un vero rituale. Dovunque guardi c’è gente che sorride, canta o balla. Mi accorgo di invidiare il loro contegno e i loro sorrisi di saluto.